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Carloforte - da sinistra, Monumento di Carlo Emanuele III, L'Archiottu |
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L'isola di San Pietro iniziò ad esercitare il suo incredibile fascino sin da tempi molto antichi: sparsi qua e là fra le vallate, sono ancora visibili pochi resti di qualche nuraghe, indizi dell' antichissima frequentazione di questo incantevole lembo di terra, tutto proteso nel Mediterraneo. L'ambiente accogliente, la sua posizione di scalo lungo le antiche rotte che costeggiavano la Sardegna e, ancora, i punti di approdo naturali condussero in seguito sulle sue spiaggie fenici e romani. Ma la storia della locale comunità di abitanti, prese avvio non da questi luoghi, bensì dalla lontana Genova. Quando la città ligure al tempo delle "Repubbliche Marinare", era una delle signore delle acque, l'isolotto di Tabarka, prospiciente alle coste tunisine, venne dato in concessione alla potente famiglia dei Lomellini, che vi impiantarono una fiorente industria per la pesca dei pregiati coralli che su questi fondali si raccoglievano copiosi. La colonia ligure sull' isola - i cui membri provenivano in massima parte dalla cittadina rivierasca di Pegli - ebbe modo di prosperare sino al XVII secolo, sino a quando la concorrenza dei francesi e le continue incursioni operate dai barbareschi, convinsero i tabarkini a ricercare un altro luogo in cui continuare la loro attività. Colsero l'invito di Carlo Emanuele III di Savoia: il sovrano piemontese, desideroso di popolare la poco abitata Sardegna, concesse ad una delegazione di trecento e più tabarkini, e un manipolo di sacerdoti della missione di Tabarka, di recarsi sull' isola di San Pietro. Fu così che il 17 ottobre del 1737, il nobile Don Bernardo Genoves Cervillon, marchese della guardia, il conte Botton di Castellamont, intendente generale dell' isola, e Agostino Tagliafico, rappresentante dei tabarkini, stipularono l' atto di infeudazione a San Pietro. Il 17 aprile dell' anno seguente giunse il primo contingente di coloni da Tabarka, e presero il via i lavori di costruzione di quello che è tuttora il principale nucleo abitativo dell' isola, chiamato Carloforte in onore del sovrano sabaudo. Il primo quartiere costruito fu quello detto della Marina; poi, sotto la direzione dell' ingeniere La Vallèe vennero eretti la chiesa, le mura e il castello. Queste opere militari - tutt' oggi splendidamente conservate - ebbero la loro ragione nella necessità di difendersi dalle frequentissime incursioni di pirati algerini e tunisini. La città e i suoi abitanti ebbero ben presto modo di prosperare: gente avvezza ai sacrifici, indefessa e infaticabile, continuò la raccolta del corallo, ma quest' attività fu brillantemente integrata dalla pesca del tonno, dalla produzione di sale, dall' agricoltura, dalla marineria e dall' artigianato in genere. Non mancarono quanti si dedicarono al commercio, spingendosi per tutto il Mediterraneo, ne quanti trovarono un' affermazione - per così dire - "internazionale": i "maestri d' ascia" di Carloforte erano considerati i migliori dal celebre ammiraglio inglese Orazio Nelson, il vincitore di Nabukir e Trafalgar. La fiorente comunità attirò a se un folto gruppo di immigranti, in maggioranza famiglie provenienti dalla Liguria (ancora Pegli, Rapallo, Santa Margherita), dalla Campania (in particolare dal napoletano, Napoli Torre del Greco, Ischia) e dall' isola di Ponza. Il più drammatico evento nella storia dell' isola ebbe luogo nel 1798: nella notte del 2 settembre, alcune centinaia di corsari tunisini, penetrarono nella città e la devastarono, lasciando dove passavano morte e saccheggio. Quando ripartirono condussero con sè, come schiavi, ben 830 abitanti. Dopo cinque anni di schiavitù e sofferenza, nel 1803, il Re di Sardegna, Vittorio Emanuele I, riuscì a riscattare dalla loro prigionia i carlofortini che finalmente poterono tornare nella loro amata isola. Fortunatamente, dopo quell' episodio, non se ne ripeterono altri e la comunità potè godere di un periodo di tranquillità. Nel 1860 sull' isola si contavano 3.600 abitanti, che nel 1930 arrivarono a ben 8.100. Erano gli anni in cui il regime fascista aveva proclamato l' autarchia, e l' italia, da sempre povera di materie prime, trovò le sue miniere proprio in Sardegna. Così a San Pierto iniziò a prosperare anche il settore estrattivo. Le principali miniere (oggi tutte in disuso) si trovavano presso Capo Rosso (dove si estraeva ocra gialla e violetta), Macchione, Bocchette e Calafico (tutte e tre producevano manganese). In quegli anni il porto era assai operoso, poichè da qui passava tutto il trasporto dei minerali. Si pensi che all' epoca le attrezzature odierne non esistevano e a caricare e scaricare non erano certo grù, bensì le braccia degli infaticabili galanzieri carlofortini. Parallelamente si svilupparono anche cantieri navali, officine meccaniche e meccanurgiche, che confermarono Carloforte e l' isola di San Pietro nella sua sempreverde vivacità, nel corso della sua storia, indissolubilmente legata al mare. |